Jared Diamond: Studiare il passato per sopravvivere al futuro
J ared Diamond insegna alla University of California ed è un professore di geografia. Un mestiere senza dubbio non di moda, in un’epoca in cui molti di noi sono convinti di conoscere ormai a sufficienza il pianeta che ci ospita. Ma questa convinzione sparisce in pochi minuti conversando con questo signore di 72 anni, che studia da anni i motivi del collasso delle civiltà del passato per trovare un modo per evitare il nostro. Un collasso che, a suo dire, è una possibilità molto, molto concreta.
L’ho incontrato nella sua casa di Hollywood. Vive fra le star del cinema e ha risolto i propri problemi economici pubblicando una serie di libri di successo mescolando con intelligenza e creatività discipline scientifiche diverse per spiegare il mondo in cui viviamo. Ma preferisce uno stile di vita sobrio. Guida un’auto ibrida e si esprime come un accademico d’altri tempi. Sta imparando l’italiano, la sua sesta lingua. E parlando in italiano ha accettato di dedicarmi un’ora del suo tempo, per aiutarmi a capire quanto è grave lo stato di salute della nostra civilizzazione e cosa posso (e possiamo) fare per migliorarlo.
Professor Diamond, l’umanità sta crescendo, tanto in termini demografici quanto nei consumi. Sappiamo che questo è un problema. Ma è anche un fatto naturale, non le pare? Tutte le civiltà del passato hanno seguito un percorso simile, crescendo man mano che le proprie capacità aumentavano. Quindi, perché questo rappresenta un problema per noi?
È vero. Crescere è un fatto normale per la maggior parte delle civiltà. Ma la nostra, per la prima volta si trova di fronte a una situazione assolutamente nuova: le risorse a cui facciamo appello si stanno esaurendo. La nostra civilizzazione, così come agisce oggi, ha una scadenza. Quindi, se entro i prossimi 40 anni non saremo stati capaci di limitare il nostro consumo finiremo inevitabilmente per oltrepassare le possibilità di sostentamento che il pianeta ci offre. Per esempio: se continueremo ad abbattere le foreste tropicali con il ritmo attuale, saranno tutte scomparse entro il 2030 a eccezione di quelle in Amazzonia e nel Congo. E un discorso analogo vale per l’acqua, il suolo, il petrolio.
Ma coma abbiamo fatto ad arrivare a questo punto? La nostra società è troppo complessa? Ci sono troppi di noi che svolgono un’attività che non è direttamente legata al nostro sostentamento?
Questo non è un problema fondamentale, perché con il passare degli anni la produttività dell’agricoltura è cresciuta notevolmente. Nell’antico Egitto un agricoltore era in grado di nutrire quattro persone oltre a se stesso. Fra i Maya, duemila anni prima d Cristo, due agricoltori riuscivano a produrre cibo per le loro famiglie e per un’altra persona. Oggi invece un agricoltore americano riesce a produrre cibo per sé e per altre cento persone ed è probabile che il miglioramento tecnologico delle tecniche agricole incrementerà ulteriormente questo rapporto in futuro. No, il vero problema non sta nella complessità, ma nel modo in cui ci relazioniamo con l’ambiente.
Lei ritiene che per evitare il collasso della nostra civiltà dovremmo ridurre il nostro tasso di crescita, oppure usare la tecnologia e la scienza per aiutarci a mantenere il nostro ritmo attuale riducendo il nostro impatto sull’ambiente?
Non dobbiamo smettere di crescere, ma modificare il modo in cui lo facciamo. Tuttavia, come scrisse anni fa’ un economista non convenzionale, in un mondo di risorse limitate ci sono solo due tipi di persone che credono nel mito della crescita illimitata: i pazzi e gli economisti. L’idea che l’umanità possa crescere senza limiti col modello attuale è priva di fondamento. La verità è che abbiamo ormai quasi raggiunto il nostro limite in termini di risorse utilizzabili e dobbiamo agire al più presto per preservarle, il che comporta un cambiamento nel nostro modo di vivere. Trent’anni fa credevamo che il problema più rilevante della nostra civiltà fosse la sovrappopolazione. Siamo cresciuti da 1,5 miliardi a 6,5 miliardi in poco più di un secolo e questo ci ha spaventati. Oggi sappiamo però che la questione cruciale non è, almeno per il momento, il numero di persone che abitano la Terra, ma la quantità di risorse naturali che ognuna di queste persone consuma. Alla luce di questo fatto, il quadro cambia in modo radicale, perché il tasso di consumo non è uguale per tutti gli esseri umani. Un africano consuma un volume di risorse 32 volte inferiore rispetto a un americano. Quindi, visto in una prospettiva ambientale, un americano è 32 volte più pericoloso di un kenyano.
Oggi pare che il tasso di crescita della popolazione mondiale sia rallentando e si pensa che nel giro di 30 anni il numero di individui che popolano la Terra sarà pari a “soltanto” nove miliardi di individui. Il che sarebbe una buona notizia, visto che teoricamente il nostro pianeta è in grado di sostenere questo numero di persone. Il problema è che chi abita nel terzo mondo desidera raggiungere il livello di consumi di chi appartiene al mondo civilizzato e questo, se dovesse avvenire, renderebbe ben presto la vita sulla Terra insostenibile.
Eppure il primo mondo continua a promettere al terzo mondo che il suo livello di consumo crescerà...
È un inganno crudele. Ci ostiniamo a illudere i paesi in via di sviluppo che se sapranno adottare le politiche economiche che suggeriamo loro tramite il Fondo Monetario Internazionale e la pressione dei nostri governi, se sapranno investire con giudizio, secondo le regole che noi suggeriamo loro, riusciranno presto o tardi a raggiungere il nostro livello di benessere materiale. Ma è un’equazione impossibile. Perché se non esistesse il terzo mondo, il primo mondo avrebbe già esaurito le risorse del pianeta da tempo. Quindi, quale può essere la soluzione? Recuperare un equilibrio, facendo in modo che i paesi più sviluppati riducano i propri consumi e consentendo al tempo stesso a quelli in via di sviluppo di incrementare i propri a un tasso accettabile. Avvicinare questi due mondi è l’unica via possibile per garantire alla nostra civiltà la sostenibilità di cui ha bisogno per continuare a esistere. Se non troveremo rapidamente un modo per centrare questo obiettivo, il nostro pianeta smetterà di essere ospitale e al tempo stesso la nostra civiltà diventerà sempre meno stabile.
D’accordo. Ma come può una civiltà come la nostra prendere una decisione tanto difficile come quella di ridurre volontariamente il proprio tenore di vita? Ci sono così tanti interessi in gioco... E poi perseguire il benessere materiale in fondo è naturale per ognuno di noi. Quindi, se mi consente una provocazione, come può la nostra civiltà decrescere, continuando a garantire ai propri membri la soddisfazione che vanno cercando?
Nel mondo esistono molti esempi di comunità che hanno saputo prendere decisioni del genere. In Europa per esempio, il consumo pro capite è quasi la metà rispetto agli Stati Uniti, e non per questo il vostro livello di soddisfazione e il vostro tenore di vita sono inferiori ai nostri. Al contrario! In America ci siamo abituati a sprecare un’enorme quantità di risorse. Pensi soltanto che un auto fuoristrada, così popolare in America, consuma una quantità di benzina cinque volte superiore a un’auto ibrida. Ma un fuoristrada non prolunga la vita delle persone, né la migliora.
Le risulta che qualche civiltà del passato sia riuscita a trovare il modo di mantenere in equilibrio il consumo delle risorse per secoli, o millenni?
Certo. L’Islanda per esempio è riuscita a mantenere per più di un millennio il proprio equilibrio perché i suoi abitanti hanno capito in fretta che dovevano preservare il proprio terreno allevando le pecore in un modo sostenibile. Un altro esempio è il Giappone, che ospita società complesse già dal 14 mila A.C. senza aver mai subito un collasso, eccetto quello a seguito della Seconda Guerra Mondiale. Anche nella piccola isola di Tikopea, nell’Oceano Pacifico, i polinesiani hanno saputo gestire l’ambiente per millenni senza distruggerlo.
Ma allora, mi chiedo, come mai non riusciamo a fare semplicemente la cosa giusta? Che cosa ci impedisce di muoverci tutti insieme nella giusta direzione per ridurre il nostro impatto ambientale? Cosa dovremmo fare? E chi dovrebbe prendere questa decisione?
Tutti. La decisione spetta ai governi, ma anche ai singoli individui. Alcune delle decisioni importanti, come vietare l’uso del piombo nelle produzioni industriali, possono essere prese solo dalle istituzioni. E infatti sono state le istituzioni a farlo, tanto negli Stati Uniti, quanto in Europa e in Cina. Ma molte delle scelte che contano sono alla portata dei singoli individui come lei e me. Per esempio ho molti amici che hanno scelto automobili più ecologiche. E non perché il governo gliel’ha suggerito, ma sulla base di una scelta etica personale. Hanno deciso di comprare un’auto che inquinava di meno perché si sono convinti che questa era la cosa più giusta da fare.
C’è però un problema. Molte delle persone che conosco sanno che dovrebbero avere un atteggiamento ecologico, ma non hanno ancora interiorizzato questo pensiero.
Ci vuole tempo. Ammetto che il tempo non è dalla nostra parte, ma non voglio essere pessimista. Negli Stati Uniti, tanto arretrati rispetto all’Europa in materia di ecologia, sono stati compiuti negli ultimi tre anni degli enormi progressi in termini di consapevolezza ambientale. Oggi gran parte della popolazione crede finalmente nell’evidenza del riscaldamento globale (non era così fino a poco tempo fa’). Ed è una cosa grandiosa, che io non avevo previsto. Spesso descrivo la nostra situazione come una corsa con due cavalli: quello della ragione ambientalista e quello della distruzione. Entrambi corrono velocemente e sono molto vicini, ma finora non è chiaro quale dei due vincerà.
Guardando al passato però è difficile trovare dei casi in cui la nostra società sia riuscita a prendere una grande decisione comune per il bene comune...
Si sbaglia. Io sono nato nel 1937 e ricordo bene la Seconda Guerra Mondiale. Prima di allora era difficile prevedere che le grandi nazioni europee avrebbero finito per unirsi e andare d’accordo. Eppure poco tempo dopo è accaduto: i grandi leader europei hanno capito che cento milioni di morti bastavano e che dovevano trovare un modo diverso, più pacifico, di convivere. È stata una scelta lucida e consapevole e oggi si guardi intorno: chi poteva immaginare solo pochi decenni fa’ che sarebbe stato possibile viaggiare da Parigi a Berlino senza passaporto e che Francia e Germania avrebbero avuto la stessa moneta?
Ogni civilizzazione attraversa diverse fasi. Ma indipendentemente dallo stadio di sviluppo in cui si trova, ognuno di noi tende a credere di appartenere a un momento speciale, uno di quelli dove le cose stanno davvero cambiando. Come si fa a capire se la fase storica che stiamo vivendo è davvero tanto importante? In altre parole: come possiamo misurare il livello d’allarme in cui ci troviamo in questo momento?
Tutte le generazioni del passato hanno creduto di vivere in un momento speciale. Ma quello attuale lo è davvero, perché per la prima volta nella storia sappiamo con certezza che presto distruggeremo l’equilibrio del pianeta che ci ospita se non cambieremo il nostro modo di vivere.
Negli anni Cinquanta gli Stati Uniti e l’Europa hanno causato gravi danni all’ambiente, mentre adesso dedicano molte energie alla tutela dell’ambiente. Eppure ci sono paesi, come la Cina, a cui è difficile imporre i nostri standard ambientali, perché quella fase di sviluppo che noi abbiamo vissuto tempo fa’ la stanno vivendo adesso e ritengono di averne il diritto. Lei ritiene che riusciremo a metterci d’accordo?
Noi non siamo in grado di imporre nulla ai cinesi, ma fortunatamente sarà la realtà a farlo. Il governo cinese è perfettamente al corrente della situazione e in qualche occasione procede nella giusta direzione. Come nel 1998, quando in occasione delle grandi inondazioni di quell’anno riconobbe che il disastro era dipeso dall’abbattimento delle foreste locali e impose delle leggi molto rigide alle imprese locali per impedire che situazioni del genere tornassero a verificarsi. Ma i problemi che la Cina deve affrontare sono enormi. L’aspettativa di vita di un poliziotto che lavora sulle strade di Pechino è di 42 anni e questo a causa del grande inquinamento dell’atmosfera. La qualità e la quantità di acqua si stanno rapidamente riducendo. La Cina prenderà le proprie decisioni in autonomia e in base ai propri interessi e non sulla base dei suggerimenti di noi occidentali. Ma la situazione cinese di oggi è diversa da quella di Europa e Stati Uniti negli anni Cinquanta e noi possiamo comunque aiutare i cinesi: con la tecnologia di cui disponiamo, ma anche fornendo loro un esempio virtuoso.
Se lei dovesse descrivere con una metafora la nostra civiltà attuale, la paragonerebbe a un bambino, a un adulto, o a un uomo anziano prossimo alla propria fine?
Dipende dalle scelte che faremo. Se le nostre decisioni saranno stupide vedremo presto la nostra fine. Non parlo di me, ma dei miei figli e dei miei nipoti. Però, se sapremo prendere decisioni ragionevoli potremo vivere, come civiltà, ancora molto a lungo.
Lei ha studiato i motivi del collasso di molte civiltà del passato. Esiste un trait d’union fra questi eventi? Qual è la causa più comune del fallimento di una società?
Se le dicessi che esiste un solo fattore dominante sarei terribilmente superficiale. Esiste però un insieme di cause complementari. Fra queste ci sono sicuramente i danni che gli esseri umani provocano all’ambiente, i cambiamenti climatici (che al contrario di oggi avevano in passato perlopiù cause naturali), i nemici (Cartagine è crollata non per motivi ambientali, ma perché ha incontrato Roma sulla propria strada) e anche gli amici (se la società in questione ha la sfortuna di avere degli amici stupidi oppure se gli amici sono tanto importanti per la società in questione da causarne il collasso nel caso smettano di essere tali). Infine ci sono le cause politiche e sociali, che possono portare una civiltà al collasso.
Nota: questa è la versione integrale di un'intervista apparsa pochi mesi fa su Focus Italia





