Gli amici ci infuenzano più di quanto immaginiamo, ma non su Facebook e Twitter

nicholas-christakis

È possibile che un individuo con 50 mila seguaci su Twitter sia in realtà un asociale? Assolutamente sì. Una risposta che l’anno scorso ha condotto Nicholas Christakis, medico, ricercatore sociale e docente all’università di Harvard, alla ribalta delle cronache. Perché a suo parere i social network di Internet non hanno quasi niente a che fare con le relazioni sociali, quelle vere, intime e durature. Per Christakis, Facebook assomiglia molto alle telenovelas di una volta: con la differenza che le storie in cui possiamo immedesimarci non sono più interpretate da attori sconosciuti, ma da persone che conosciamo davvero, nella vita reale.

Nel suo studio di Harvard, a Boston, Christakis ha risposto alle mie domande con passione, rispondendo con prontezza sui temi che gli erano più familiari e riflettendo a lungo prima di rispondere a domande un po’ diverse dal solito. Ecco la sintesi della nostra conversazione.

Professore, una persona da sola non può creare alcuna relazione. Ma ne bastano due e già le cose si complicano. Quando poi parliamo di sette miliardi di individui globalizzati, studiare le relazioni che intercorrono fra tutta questa gente non è certo un’impresa facile. Lei come fa?

Quello che io e il mio team facciamo non è studiare le interazioni fra le persone, ma il modo in cui si influenzano l’una con l’altra. Non ci occupiamo dei sei gradi di separazione, teoria peraltro già ampiamente dimostrata, ma di quelli che noi chiamiamo i tre gradi di influenza, che riguardano non le grandi masse, ma le relazioni più intime, quelle che ci collegano con chi ci sta veramente vicino.

Si spieghi meglio?

Le persone che si frequentano si influenzano a vicenda. Lo si osserva facilmente. Chi vive con un obeso ha maggiori probabilità di altri di ingrassare. E lo stesso accade con chi vive con un fumatore o con chi ha smesso di fumare. Quello che è meno facile da intuire è che questo meccanismo agisce spesso anche al di là della conoscenza diretta. Dai nostri studi emerge che ognuno di noi è influenzato nelle proprie scelte e convinzioni non solo dalle persone che conosce, ma anche da quelle che conoscono persone che conosce. L’influenza che abbiamo sulle persone (e che di conseguenza subiamo da loro) si estende in alcuni casi fino a tre livelli di distanza.

Mi sta dicendo che le mie convinzioni sono influenzate dall’amico di un mio amico di un mio amico?

Non sempre. Ma è possibile, sì. Accade per esempio nel caso dell’obesità, che come abbiamo dimostrato si diffonde fino a tre gradi. Oppure con l’attitudine a smettere o a iniziare a fumare. La spinta a divorziare si estende invece soltanto su due livelli. Anche la nostra stessa felicità si diffonde in questo modo. Ma l’elemento centrale non è su quanti livelli si diffondono convinzioni, abitudini e stati d’animo. Ciò che importa è che i livelli sono più di uno. È questo che rende la nostra ricerca interessante.

Quanto dice mi inquieta un po’, professore. Ho l’impressione che stai mettendo in dubbio il mio libero arbitrio.

In effetti qualcuno considera il nostro lavoro come un colpo basso al libero arbitrio. Ciò nonostante, se è vero, come abbiamo dimostrato, che il suo peso, la sua attitudine al fumo, le sue inclinazioni politiche, perfino la sua felicità, sono condizionate non solo dai suoi amici e parenti, ma anche da centinaia di sconosciuti, allora vuol dire che lei è meno artefice del suo futuro di quanto creda. I nostri destini sono di fatto interconnessi e interdipendenti fra loro in una rete difficile da comprendere, ma senza dubbio affascinante sotto il profilo scientifico.

Eppure ognuno di noi partecipa, seppur collettivamente, alla definizione del proprio presente. E del proprio futuro...

Esattamente. È fondamentale che ogni individuo eserciti il proprio libero arbitrio così da avere modo di influire il più possibile su questa sorta di destino comune. Se lei decide di smettere di fumare, questa sua decisione avrà un effetto diretto sulla sua rete di relazioni fino al terzo livello di conoscenza. Lo stesso avverrà se lei deciderà di dimagrire o ingrassare. Le decisioni che prenderà per se stesso influenzeranno direttamente centinaia, in qualche caso anche migliaia di persone.

È una cosa che avviene solo per noi esseri umani o anche per gli animali?

Ciò che mi ha sempre affascinato delle relazioni fra esseri umani è che essi creano relazioni con altre persone (familiari, colleghi, amici...), persone scelte con cura e non solo a fini riproduttivi: non diventiamo amici di chiunque. Facciamo questo da centinaia di migliaia di anni e io sono convinto che questo avvenga per ragioni biologiche molto precise. Anche le formiche lo fanno, è vero, ma per motivazioni pratiche. La cosa interessante è che noi esseri umani scegliamo di vivere la nostra vita in un’area molto particolare di questa grande rete di interazioni Che è soltanto nostra. Scegliamo gli amici, per esempio, ma non scegliamo colleghi e genitori. Scegliamo, quando ci è possibile, i vicini di casa. Insomma: i motivi che ci portano ad appartenere a quella specifica porzione di questa immensa rete sociale sono vari, ma il punto è noi esseri umani siamo biologicamente e psicologicamente spinti a entrare a far parte di specifiche reti sociali e che queste reti finiscono per avere un effetto determinante sulle nostre vite.

Da qualche anno a questa parte non si fa altro che parlare di social network, quelli di Internet, dove tutti (molti di noi, almeno) si accalcano per accumulare il maggior numero di amici. Secondo lei queste reti modificano in qualche modo il nostro modo di influenzare gli altri, o di esserne influenzati?

La risposta è no. E le spiego il perché. Su Facebook, o su altri siti analoghi, la parola “amico” è usata a sproposito. Le persone che fanno parte della sua rete di amici su Facebook, o sugli altri network simili, non sono altro che conoscenti. Se chiedessi a mia figlia, che ha 13 anni, quanti amici ha, lei risponderebbe probabilmente quattro, che è la media per una persona di quell’età. Il punto è che se rivolgessi la stessa domanda a mia nonna, chiedendole quanti amici aveva quando aveva la stessa età di mia figlia, lei mi darebbe la medesima risposta: quattro amici. Mia figlia ha Internet, un telefonino e tutta una serie di gadget tecnologici che mia nonna non aveva, ma nonostante questo il numero di amici intimi non è affatto cambiato. Eccole un altro esempio. Duemila anni fa un battaglione romano era composto da cento uomini: grosso modo la stessa dimensione di un battaglione di soldati americani o italiani di oggi. Negli ultimi secoli abbiamo inventato la stampa, il telegrafo, il telefono e Internet. Ma niente di tutto questo ha modificato minimamente la scala delle relazioni sociali fondamentali.

Perché?

Perché ciò che limita o amplifica le interazioni fra gli esseri umani non è la tecnologia, ma la mente e la biologia. Internet non cambia l’influenza che abbiamo sugli altri, così come non cambia la nostra inclinazione ad amare o la nostra attitudine alla violenza. Se un amico la chiama al telefono suggerendole di comprare una bicicletta lei potrebbe prendere la cosa in considerazione. Ma se lo fa uno sconosciuto è ben difficile che lei segua il suo consiglio, non le pare? Allo stesso modo, con Facebook e gli altri social network possiamo senza dubbio interagire con più persone, ma non le possiamo influenzare.

Mi permetta un’obiezione. Al di là dei miei amici più intimi c’è una cerchia di amici, qualche decina diciamo, che non fanno parte della mia cerchia più stretta di relazioni, ma con i quali desidero comunque mantenere un contatto I social network in questo mi aiutano. Non succede lo stesso a lei?

Per questa fascia di amicizie di secondo livello, chiamiamola così, ammetto che il tasso di contatto e influenza possa beneficiare dei social network digitali. Nel mio ultimo libro (Connected) abbiamo studiamo il problema concludendo che le relazioni digitali sono simili a quelle della vita reale, ma al tempo stesso diverse. Non modificano il desiderio delle persone di interagire con altre o di influenzarle. Esiste però un nuovo fenomeno, che noi chiamiamo enormità, ovvero la possibilità di influenzare centinaia di migliaia di persone. Il secondo fenomeno che Internet rende possibile è la comunalità: la possibilità di collaborare in gruppi molto estesi (Wikipedia ne è un ottimo esempio). Il terzo è la specificità, ovvero la possibilità di trovare con estrema rapidità informazioni particolari o anche di creare relazioni con persone specifiche, come nel caso dei siti d’incontri per single che condividono interessi, religioni, convinzioni politiche... Questo terzo aspetto ha anche delle controindicazioni. Pensi alle persone che hanno forme di depressione che le portano convincersi di essere spiate 24 ore su 24 da qualche oscura organizzazione governativa. Oggi con Internet possono trovarsi e alimentare insieme la propria paranoia. Il quarto aspetto che rende le relazioni su Internet diverse da quelle della vita reale è la virtualità, che consente di adottare un’identità diversa dalla propria. Un uomo può per esempio fingersi donna in rete. Oppure, se chi vive su una sedia a rotelle puoi fare in modo che online nessuno lo venga a sapere.

Ma allora come spiega questo entusiasmo collettivo verso questo nuovi social network?

Proprio perché agiscono e si basano precisamente su nostri bisogni primari: l’amore, l’amicizia, l’esigenza di interagire con gli altri e di influenzarli.

Insomma: in definitiva la tecnologia non ha cambiato le nostre relazioni intime in passato e non lo farà nemmeno in futuro?

Proprio così. Probabilmente Internet ha cambiato e cambierà l’economia. Ma io ho una sola moglie perché desidero avere una sola moglie e nessuna tecnologia potrà mai cambiare questo mio aspetto fondamentale.

Parlando di amicizie, io sono convinto che le amicizie profonde siano di due tipi: quelle contestuali, che vivono solo in un determinato contesto e finiscono quando il contesto viene a mancare, come accade a scuola o nell’esercito, e altre che invece durano una vita. Sono entrambe profonde, ma hanno durate diverse. In cosa differiscono secondo lei?

Non mi risulta che questo argomento sia stato ancora stato studiato a fondo. Ma ritengo che la differenza dipenda dal fatto che in alcune fasi della nostra vita ci troviamo in momenti di transizione durante i quali siamo più aperti a stringere rapporti profondi con sconosciuti, anche perché sappiamo di aver bisogno di amici in quel particolare momento.

Ma allora sulla base di quale criterio scegliamo gli amici?

In realtà non abbiamo ancora una risposta definitiva. Sappiamo che non si tratta solo di psicologia, perché se è vero che le persone più simili a noi saranno probabilmente meno competitive, è altrettanto vero che avremmo molto da imparare e da migliorare frequentando persone diverse da noi. Ma stiamo lavorando per cercare di rispondere, al di là del senso comune, a queste domande fondamentali: perché abbiamo amici? Perché ne abbiamo un certo numero? Perché creiamo relazioni con specifici network sociali? Perché preferiamo la compagnia di persone che ci assomigliano?

Torniamo ai social network di Internet. Ci dia qualche consiglio su come usarli. In fondo anche lei ha 460 amici su Facebook...

Io uso Facebook quasi esclusivamente per interagire con la mia famiglia, i miei amici intimi e i miei studenti Quindi, prima di tutto: non accettate amicizie da persone non conoscete già nella vita reale. E non dimenticate che ogni cosa che dite o pubblicate in questi siti rimarrà lì per sempre. Una gaffe fatta in un bar viene presto dimenticata, ma se avviene in rete resta memorizzata per sempre. Le interazioni hanno memoria. Ci ricordiamo delle cose e ne dimentichiamo altre per motivazioni che spesso nemmeno conosciamo, ma che hanno un significato. I social network interferiscono con questo processo, lo cambiano, trasformando in permanente un ricordo che nelle relazioni sociali tradizionali può essere dimenticato o rimosso. La nostra civiltà si è evoluta basandosi su una memoria sociale che non prevedeva questa forma permanente che i social network hanno introdotto. Rifletterò su quest’aspetto perché credo che abbia una certa importanza.

Uscito dall’ufficio di Christakis ho acceso il mio iPhone e gli ho chiesto l’amicizia su Facebook. Ha accettato dopo 5 minuti.

Pubblica un commento