Chi è diverso ci fa paura, se è più povero di noi. Intervista a Orhan Pamuk

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Lo studio di Orhan Pamuk, uno dei più importanti romanzieri contemporanei, è la materializzazione del sogno di ogni aspirante scrittore. Quattro grandi pareti. Tre tappezzate di libri. La quarta, interamente di vetro, affacciata sul Bosforo. E oltre il vetro un’imponente moschea, gabbiani sospesi nel vento e grandi navi che fanno la spola, lentissime, fra Oriente e Occidente. Ci si è trasferito quest’anno, lasciando la vecchia casa di famiglia poco dopo aver concluso il suo ultimo romanzo, Il Museo dell’Innocenza, che come molte delle sue opere (fra cui anche Il Mio Nome è Rosso, che gli è valso il Premio Nobel per la Letteratura nel 2006) racconta di differenze che si attraggono. Romanzi malinconici e bellissimi, ambientati tutti, senza eccezioni, in Turchia.
Da quando nel 2005 è stato messo sotto processo e minacciato di morte a causa delle sue dichiarazioni sullo sterminio degli armeni, Pamuk vive fra New York, dove è Visiting Professor alla Columbia University, e la sua Istanbul, dove l’ho incontrato.

Signor Pamuk, un tema ricorrente dei suoi romanzi sono le differenze, che finiscono per diventare fonte di attrazione e amore per i suoi personaggi. Eppure se si guarda la sfera politica e sociale le differenze sono spesso fonte non tanto di amore, quanto piuttosto di sospetto e paura. Come lo spiega?

Proust ha scritto che quando amiamo desideriamo anche tutte le differenze che scorgiamo nell’oggetto del nostro amore. Ma quando si parla di popoli, non tutte le differenze sono uguali. Alcune hanno radici storiche e culturali: la religione, la lingua, i costumi. Altre riguardano il lato economico e sociale. Ed è solo di queste ultime che la gente ha paura. Prenda l’esempio della Turchia. Se i turchi fossero più ricchi, come i giapponesi per esempio, nessuno in Europa avrebbe nulla da eccepire in merito al loro ingresso in Europa. Invece Francia e Germania continuano a frenare l’adesione della Turchia all’Unione Europea adducendo i motivi più disparati. La realtà è che noi tutti accettiamo le differenze, ce ne innamoriamo o come minimo le tolleriamo di buon grado, a meno che i diversi non siano più poveri di noi. In questo caso le differenze diventano d’improvviso scomode e preferiamo nasconderle sotto il tappeto, evitando di guardarle. Tendiamo a pensare che quelle persone più povere di noi siano probabilmente anche meno in gamba e quindi meno interessanti sotto il profilo culturale. Non voglio accusare nessuno in particolare, ma la situazione è in questi termini: in mancanza di grandi differenze economiche il gap culturale tende a essere considerato come qualcosa di curioso, magari pittoresco, ma senza dubbio non determinante.

Quindi è la povertà la principale causa di diffidenza dell’Unione Europea verso la Turchia?

Non Solo. La vostra diffidenza dipende anche dall’idea che voi europei occidentali avete del mio paese, della sua cultura, della sua religione. In parte lo vedete vedete come un viatico verso l’Islam e sotto questo punto di vista i vostri giornali non svolgono un buon servizio, enfatizzando gli aspetti meno positivi della nostra cultura. In parte lo considerate un nuovo mercato per le vostre imprese e questo, pur non essendo particolarmente elegante, rappresenta comunque un netto miglioramento rispetto al passato. È molto meglio essere considerati un mercato che un obiettivo su cui puntare bombe e cannoni. Fra l’altro, a pensarci bene, non mi dispiace che la Turchia venga considerata un mercato, perché da sempre i turchi sono stati un popolo di commercianti. Sono stati i turchi ad aprire molte delle vie commerciali verso l’Asia e i Balcani nei secoli passati e in fondo non mi importa molto dove un’azienda decide di vendere i suoi biscotti.

Lei sostiene che l’Occidente ha paura non delle differenze, quanto della povertà. Ma non trova che l’Islam rappresenti un’eccezione? Perché il mondo islamico ci spaventa tanto?

L’Occidente non teme l’Islam, ma il fondamentalismo islamico. Le organizzazioni islamiche combattono, a volte con successo, in nome dell’Islam, ma non rappresentano affatto le centinaia di milioni di musulmani nel mondo. So che quello che sto per dire non mi renderà molto popolare fra i suoi lettori, ma il sentimento anti-islamico degli occidentali è in gran parte un successo dei media americani e di alcuni paesi europei, che associano ormai da anni l’Islam con il terrorismo, cosa che fino agli anni Settanta nessuno si sarebbe sognato di fare. Poi però il prezzo del petrolio è cresciuto e alcuni piccoli paesi arabi si sono accaparrati gran parte dei guadagni. E questo si è trasformato in un problema tanto grande per le economie occidentali da spingere i loro governi a manipolare l’opinione pubblica al fine di modificare la sua percezione nei confronti dell’intero mondo islamico.
Quanto ai paesi musulmani, esiste effettivamente in essi un sentimento anti-americano, che dipende in gran parte dal continuo supporto degli Stati Uniti nei confronti di Israele e del suo orribile comportamento verso i palestinesi. E questo non mi rende felice. Ma questo è solo un aspetto del problema. L’altro riguarda l’abilità con la quale poche organizzazioni islamiche estremiste, che identifichiamo con Osama Bin Laden, sono riuscite a dare vita a un conflitto. Un conflitto che i media occidentali hanno frettolosamente dipinto come uno scontro di civiltà. Io ritengo questa una visione del tutto priva di fondamento, che se accettata crea le condizioni ideali per lo scoppio di una guerra vera e propria.

Molti paesi islamici non hanno un regime democratico e questo giustifica in parte il sospetto occidentale, ma non dimentichiamo che soltanto trent’anni fa nemmeno in America Latina si parlava di democrazia e nonostante questo oggi il Sud America è un luogo prevalentemente democratico e pacifico. A quei tempi eravamo solidali con Gabriel Garcia Marquez e la sua lotta contro la corruzione militare, ma riuscivamo con facilità a distinguere fra i militari reazionari, i governanti corrotti e il resto della popolazione. Le generalizzazioni dei media non dovrebbero limitare la nostra capacità critica.

In queste frizioni che ruolo ha la religione?

Un ruolo determinante, anche se spesso gli stati coinvolti nei conflitti si dichiarano laici e secolari. Penso per esempio che la profonda comprensione che in Turchia proviamo per le sofferenze del popolo palestinese dipenda molto dalla nostra religione, dal fatto che sono musulmani come noi. Se per esempio le stesse sofferenze fossero state causate, diciamo, in Argentina, sono certo che la Turchia avrebbe mostrato un’empatia inferiore, perché gli argentini sono più lontani da noi, tanto sotto il profilo culturale quanto sotto quello religioso. Seguendo lo stesso ragionamento, l’Unione Europea è più propensa a favorire l’ingresso dell’Ucraina rispetto a quello della Turchia: sono entrambi popoli più poveri, ma gli ucraini sono cristiani mentre i turchi sono musulmani. Quindi, la religione gioca un ruolo fondamentale nelle relazioni internazionali, anche se ufficialmente non è mai la causa delle decisioni che vengono prese. Vorrei che non esistesse uno scontro di religioni nelle nostre vite, ma di fatto esso esiste e sarebbe un errore non tenerlo in considerazione.

Povertà e incomprensione generano distanza. Ma cosa possiamo fare noi occidentali per ridurla?

Ciò a cui non credo sono i grandi progetti di ingegneria sociale, soprattutto se sono promossi dai governi. L’ingegneria sociale può funzionare, come nel caso di quella portata avanti da alcune associazioni senza fini di lucro. Ma quando sono i governi a volerla gli interessi economici prevalgono e allora, presto o tardi, le bugie e il suono delle bombe finiscono per soverchiare la voce delle persone. L’Iraq è un ottimo esempio. Saddam Hussein era una persona terribile. Ma questo non giustifica quanto gli Stati Uniti hanno fatto nel suo paese. Io credo che gli Stati Uniti non dovrebbero essere così interessati al resto del mondo, ma rivolgersi prima di tutto verso se stessi. Anche il caso di Burma, con la lotta fra Stati Uniti e Cina per il controllo del paese, è emblematico. Laggiù, è vero, ci sono questioni importanti che riguardano aspetti cruciali per le persone, come la libertà di espressione. Ma osservando le ingerenze delle grandi potenze come si fa a riconoscere il limite fra legittima difesa dei diritti umani e interessi economici e politici?

Detto ciò, entrando nell’ambito di cosa ognuno di noi può fare, credo che i singoli individui possano fare molto: scrivere libri, farsi coinvolgere nella vita degli altri... Fortunatamente la civiltà occidentale produce un gran numero di persone disposte a farlo. Persone che io rispetto e ammiro.

Dovremmo lottare per promuovere i valori in cui crediamo?

Ciò che ognuno di noi dovrebbe fare è difendere i propri diritti, religiosi, politici o sociali che siano. Ma non dovremmo cercare di imporli a chi non li ritiene tali per sé. Il nostro compito è difendere e sostenere i valori in cui crediamo, senza pretendere di imporli agli altri diventando dei missionari. Perché agendo altrimenti rischieremmo di contribuire non allo sviluppo, ma all’orrore. Siate rispettosi di ciò che è diverso da voi. Sforzatevi di intrattenere relazioni al di fuori della vostra sfera sociale abituale. E ancora, non ascoltate la Cnn in modo acritico e riflettete su ciò che vi viene raccontato. Quando un terrorista fa esplodere una bomba a Londra non associate immediatamente la sua azione all’intero mondo musulmano. Non cadete nell’errore di leggere la religione islamica soltanto attraverso i suoi testi di riferimento: una religione è sempre molto più di un semplice libro. Io per esempio non sono religioso, ma la mia esistenza è comunque nata e cresciuta nel tessuto culturale islamico, che fa parte di me.

Restando sul tema delle differenze, l’immagine di Ataturk (il padre fondatore della Turchia moderna, ndr) è dovunque qui a Istanbul. Eppure, per un occidentale come me, sono forse più le differenze delle similitudini fra Turchia ed Europa Occidentale che emergono visitando la città. Lei è convinto che la Turchia si stia effettivamente muovendo verso l’Occidente?

Questa è una domanda che mi viene rivolta spesso, ma è sbagliata tanto nel contenuto quanto nella forma. La Turchia non sta affatto modificando la propria direzione e si sta effettivamente muovendo verso l’Islam. Non dimentichi che qui esiste un partito islamico estremista, che oggi non è più molto attivo, ma che per un certo periodo ha perfino guidato il paese. Tuttavia l’atteggiamento della Turchia rispetto all’Occidente non è poi diverso da com’era venti o trent’anni fa. Questa nostra abitudine di muoverci con lentezza, in una continua oscillazione fra sinistra e destra, fra tradizione e modernità, fra Medio Oriente ed Europa, è da sempre parte integrante della politica turca. Ciò che è cambiato è semmai che oggi la Turchia è più forte e visibile a livello internazionale, il che rende questa questione ancora più importante.

Chieda ai turchi se vogliono far parte dell’Europa. La maggioranza risponderà affermativamente, ma più che altro per ragioni economiche e politiche. I turchi desiderano la ricchezza, la libertà di espressione, l’idea di democrazia e il rispetto per le persone che in Europa sono più sviluppati rispetto a qui. Quanto a me, mi piace l’idea di una Turchia parte dell’Europa per motivi culturali. Ma perché questo accada dobbiamo ancora compiere alcuni passi, risolvendo per esempio i problemi di Cipro e della popolazione curda.

Signor Pamuk, sta lavorando a un nuovo romanzo?

Sì. Sono a metà di una nuova storia. Parla di un venditore ambulante di Boza (una bevanda fermentata leggermente alcolica molto popolare in Turchia, ndr) che vive a Istanbul e perde il proprio lavoro. La storia di un uomo sfortunato, ma anche dell’immigrazione e della povertà in questa città.

Non teme che l’enorme quantità di storie, notizie e voci che ci bersagliano ogni giorno possano ridurre la nostra capacità di ascoltare?

Credo al contrario che questa sovrabbondanza di rumore incrementi il nostro bisogno di ascoltare storie. La tecnologia e il progresso ci aiutano a vivere con maggior semplicità, ma incrementano anche la nostra solitudine. Così le undici ore di volo che separano un turco dagli Stati Uniti sono un momento perfetto per leggere un romanzo. E non ha molta importanza se quel romanzo è stato scritto da Garcia Marquez o da John Le Carré. Il contatto intimo con una storia è da sempre un desiderio profondo di ogni essere umano e la tecnologia non lo riduce minimamente. Al contrario, lo amplifica.

Lei vive fra Istanbul e New York. Quali sono le differenze che più la colpiscono fra queste due città?

Il tempo, prima di tutto. Qui a Istanbul il tempo sembra infinito. Un amico può passare in qualunque momento e decidere di trascorrere l’intero pomeriggio a chiacchierare con me. In America le persone sono imprigionate nella loro rete di riunioni, appuntamenti, obiettivi da raggiungere. L’altra grande differenza riguarda il concetto di comunità. Qui in Turchia appartenere a un gruppo è una componente fondamentale della vita e sotto molti aspetti la definisce. Alla Columbia University arrivo in classe, tengo la mia lezione, e poi, di fatto, scompaio. Se sei una persona ambiziosa che desidera produrre molto, New York è il luogo giusto dove stare. Ma se desideri soprattutto godere della vita, Istanbul è un posto migliore. Tuttavia, per le classi sociali più elevate le differenze si riducono con rapidità. Tutto tende ad assomigliarsi e ad accadere nello stesso istante in tutto il mondo. Un fenomeno che non vale invece per i poveri. Per loro il mondo cambia molto più lentamente.

 

Nota: Questa è la versione integrale dell'intervista apparsa su Focus Italia

2 Comments

  1. Mari ha detto:

    mi piace davvero tanto quello che ha scritto,nonostante sia una bambina di 14 anni
    io sono del suo stesso pensiero.
    pnso che il diverso ci faccia ancora più paura se viene da un'altra realtà. se non ha lo stesso colore della nostra pelle.
    non è molto utile questo commento,ma volevo soltanto condividere il mio pensiero. :)

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    • paolo ha detto:

      Cara Mari, è utile, invece! Grazie per aver condiviso con me quello che pensi :-)
      p

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