La Big Society di Cameron raccontata dal suo inventore, Phillip Blond

QUALCUNO DICE CHE ANCHE IN ITALIA AVREMMO BISOGNO DELLA BIG SOCIETY. ALTRI PENSANO CHE IN REALTA' SIAMO NOI ITALIANI AD AVERLA INVENTATA...
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Come si fa a tagliare le spese dello stato del 20% e al tempo stesso migliorare i servizi pubblici? In Gran Bretagna, dove il premier conservatore David Cameron ha appena annunciato un piano traumatico per rilanciare l’economia ed evitare un collasso finanziario simile a quello che sta avvenendo in Grecia, non si parla d’altro. I suoi critici lo accusano di allarmismo, incoscienza e utopismo. Ma lui e i suoi sostenitori sono convinti che la ricetta vincente si nasconda in un progetto politico innovativo e affascinante chiamato Big Society: una nuova forma di società fondata sull’imprenditorialità sociale che supera i limiti del capitalismo e dello stato sociale creando opportunità del tutto nuove per i cittadini.
Il teorico della Big Society è Phillip Blond, 44 anni, nato a Liverpool e cresciuto studiando e insegnando teologia e filosofia politica a Cambridge e in altre università del Regno Unito. Oggi dirige a Londra il centro studi ResPublica, che è diventato uno dei pensatoi di riferimento per la nuova destra inglese. È stato Phillip Blond a suggerire a David Cameron la strada della Big Society. L’ho intervistato qualche settimana fa nel suo ufficio di Londra.

Professor Blond, che cos’è la Big Society?
Una nuova forma di società che si propone di risolvere due grandi problemi: l’eccessiva concentrazione di potere nello stato e lo strapotere del mercato. La Big Society è una società nella quale i singoli individui, riuniti in associazioni, diventano i destinatari di una profonda decentralizzazione politica ed economica, gestendo in prima persona i servizi pubblici al posto dello stato. Una società capace di riportare nelle mani dei cittadini il potere di cambiare le cose, distribuendo il denaro nelle mani di un maggior numero di persone e affidando a quelle stesse persone il compito di vigilare sul corretto funzionamento dei servizi pubblici.

Esistono già esempi di questo modello?
Embrioni della Big Society si riscontrano già oggi nella gestione autonoma della sanità in Lombardia, nella delocalizzazione del modello economico tedesco, nel forte senso civico della Danimarca e dei paesi scandinavi e nel loro alto livello di partecipazione delle comunità locali, ma anche nella forte autonomia del federalismo degli Stati Uniti e nella partecipazione popolo brasiliano alla pianificazione del budget statale.

Sembra un’idea molto di sinistra. Come reagiranno i gruppi di potere che finanziano i Tories (il partito conservatore inglese, ndr)?
La nuova destra inglese non è reazionaria e persegue la conservazione della società e delle relazioni fra le persone: ovvero ciò che in ultima analisi determina il loro futuro. Quello che propongo è in effetti più radicale di quanto la sinistra moderna abbia fatto negli ultimi cent’anni: affidare le strutture e i servizi pubblici ai cittadini, in modo che essi possano usarli per migliorare la qualità della loro vita. Molti conservatori inglesi l’hanno capito e sono ormai propensi a procedere in questa direzione.

Chi finanzierà la nascita di queste associazioni?
Lo Stato, soprattutto, attraverso una banca speciale chiamata Big Society Bank. Ma anche le istituzioni finanziarie private saranno incentivate a partecipare.

E chi controllerà i cittadini impegnati a fornire questi servizi?
Loro stessi. Lo stato fissa degli standard che saranno tenuti a rispettare e prevede degli incentivi economici per chi lavora meglio. Ma il vero valore della Big Society sta nel fatto che se qualcuno decide di fornire servizi a se stesso, alla propria famiglia e alla propria comunità, lo farà quasi certamente meglio dello Stato, che agisce dall’alto e da lontano.

Come faranno queste associazioni a competere con i grandi gruppi industriali?
Lo stato sociale europeo combatte i monopoli, ma di fatto ha contribuito a crearli. Nella Big Society il mercato continua a esistere, ma è aperto a un numero di persone molto più grande.

Non crede che affidare la gestione della società ai cittadini possa in prospettiva minacciare l’idea stessa di stato?
La minaccia non è allo stato, ma a un certo tipo di stato, in cui i cittadini hanno pochissime possibilità di incidere sulle proprie vite. Trovo una simile minaccia assai auspicabile.

Il modello non-profit potrà mai sostituirsi a un’economia dominata dal profitto?
Il profitto non ha niente che non va: è un modo per premiare chi lavora sodo. Ciò che dobbiamo combattere è il capitalismo, dove il valore degli oggetti domina sui valori dell’uomo.

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