Lo studio di Orhan Pamuk, uno dei più importanti romanzieri contemporanei, è la materializzazione del sogno di ogni aspirante scrittore. Quattro grandi pareti. Tre tappezzate di libri. La quarta, interamente di vetro, affacciata sul Bosforo. E oltre il vetro un’imponente moschea, gabbiani sospesi nel vento e grandi navi che fanno la spola, lentissime, fra Oriente e Occidente. Ci si è trasferito quest’anno, lasciando la vecchia casa di famiglia poco dopo aver concluso il suo ultimo romanzo, Il Museo dell’Innocenza, che come molte delle sue opere (fra cui anche Il Mio Nome è Rosso, che gli è valso il Premio Nobel per la Letteratura nel 2006) racconta di differenze che si attraggono. Romanzi malinconici e bellissimi, ambientati tutti, senza eccezioni, in Turchia.
Da quando nel 2005 è stato messo sotto processo e minacciato di morte a causa delle sue dichiarazioni sullo sterminio degli armeni, Pamuk vive fra New York, dove è Visiting Professor alla Columbia University, e la sua Istanbul, dove l’ho incontrato.